Risonanze

Il Correggio in una locanda

   Da secoli diamo il nome di “artista” a quelle persone che sono capaci di realizzare oggetti speciali (quelle che chiamiamo appunto “opere d’arte”). A volte siamo così colpiti dalla straordinarietà di queste opere che ci viene spontaneo pensare che anche gli artisti siano persone eccezionali. Succede così che fin dalla Grecia antica nascano racconti attorno alla vita degli artisti, biografie fitte di episodi singolari che dimostrano che la loro personalità è del tutto diversa dalle quella degli uomini comuni.

   Nel 1934, Otto Kurz ed Ernst Kris (non a caso anche psicanalista) dedicarono proprio a questo tema delle vite singolari degli artisti un saggio che ha fatto scuola: Die Legende vom Künstler (La leggenda dell’artista). Anche le Vite di Giorgio Vasari (1550 e 1568 ) sono ricche di aneddoti, alcuni dei quali divenuti celebri (per fare un solo esempio, Giotto che disegna su un masso mentre sorveglia le pecore…). Ed è così anche per la biografia di Correggio, in particolare per la sua morte.

   Senza queste premesse non si riuscirebbe a capire un curioso racconto che compare in Scènes de la vie d’hommes célèbres di Charles Malo (Paris 1843), una raccolta indirizzata alla “gioventù” in cui compaiono personaggi celebri nella storia della cultura europea: Dante, Michelangelo, Palissy, Mozart, Voltaire, Goethe, Canova, e altri ancora; poeti, artisti, musicisti, scienziati e filosofi.

   Uno dei racconti – intitolato L’âne du Corrège (L’asino di Correggio), pp. 19-27 – ha come protagonista appunto Antonio Allegri. Il testo è preceduto da una litografia di Théodore Valério (1819-1879) che mostra il pittore mentre dipinge un asino e alcuni uomini in piedi attorno all’animale.

   È una giornata caldissima in un luogo imprecisato (si ha l’impressione che l’autore del racconto non colleghi affatto “le Corrège” alla città di Correggio). In un momento in cui tutti cercano il riparo dell’ombra, c’è un uomo solo che – “intrepido viaggiatore” – si mette in cammino con un povero vestito e con un solo bastone: “il famoso Allegri, detto le Corrège”. Sta recandosi a Parma per riscuotere la modesta paga che gli spetta per aver affrescato “la cappella di un convento”. Partito la mattina presto, il pittore non ha mangiato nulla, lasciando “l’ultimo pezzo di pane” alla moglie e ai figli.

   Inutile dire che tutta la scena è una creazione letteraria, un’amplificazione di stampo romantico del celebre passo in cui Giorgio Vasari descrive la morte di Antonio Allegri. Del resto, il racconto di Vasari, pur non avendo il minimo riscontro storico, ha avuto un’eco grandissima dopo il Cinquecento, spingendo tanti autori a ragionare sulla presunta povertà del pittore e sulle circostanze della morte.

   La scena seguente, però, nelle Vite vasariane non c’è: arrivato a Parma, Correggio sveglia di soprassalto il padre guardiano del convento, gli spiega il motivo della sua presenza e, in attesa di essere ricevuto dal priore, si reca nella cappella, dove inizia a ritoccare i suoi affreschi. Correggio viene preso da pensieri malinconici: “Senza dubbio – diceva a se stesso con modestia – non ho il genio di Buonarroti, di Raffaello, di Leonardo (…) ma sono proprio l’ultimo dei pittori?”.

   Immerso in queste riflessioni, lo sguardo di Antonio incontra l’immagine di Cristo sull’altare, riprende coraggio e, inginocchiandosi, “implora per la famiglia la protezione del Cielo”. Anche questa scena non trova riscontro in Vasari, ma sono pur sempre le Vite a ispirare questa immagine di un Correggio melanconico, devoto e attento alla famiglia.

   Il guardiano del convento riferisce al pittore che sarà pagato, ma solo tra qualche giorno. Il Correggio riparte senza dire una parola, piangendo in silenzio. La fame si fa sentire, tanto più che il pittore è arrivato in una locanda dove stanno pranzando e bevendo dei mulattieri.

 

   Il Correggio entra e viene subito servito dall’oste “Beppo” con pane, vino e “ragout”, ma come pagare? “Je suis bien misérable, je n’ai pas un obole… Mes pauvres enfants!” dice all’oste. I mulattieri intercedono per “questo povero diavolo” e Antonio racconta a loro la sua triste vicenda. “Ignacio”, uno dei mulattieri (spagnolo?!), propone allora una soluzione ingegnosa all’oste: il pittore realizzerà l’insegna della locanda e così pagherà il suo debito.

   In due ore Correggio dipinge l’insegna dai due lati e, dopo aver bevuto l’ultima volta assieme ai mulattieri, riparte. Giunge a casa pieno di tristezza, ma uno dei bimbi scopre che nella tasca del padre c’erano dei denari: Correggio capisce che si tratta di un generoso dono fatto da Ignacio di nascosto; grazie a lui per qualche giorno la famiglia potrà di nuovo mangiare.

   Il Correggio – conclude il racconto – morì due anni più tardi; fu in quel tempo che un “ricco amatore” si fermò alla locanda sulla strada per Parma e volle acquistare un lato dell’insegna, che venne così tagliata in due. Grazie a questa vendita, Beppo riuscì a comprare un albergo lì vicino: sulla porta di ingresso fece allora sistemare l’altro lato dell’insegna dipinta, con la scritta “A l’âne du Corrège”.

 

1786 Galerie de palais Royal, Mulattieri, 1

   Il famoso (quanto non documentato) viaggio del Correggio nella calura si mescola dunque a un’altra leggenda, questa volta legata a un’opera ben precisa, quella dei Mulattieri. Si trattava di una piccola tela raffigurante due uomini a piedi seguiti da due bestie da soma. Il quadretto, oggi perduto (e non più assegnato al pittore), godette di grande apprezzamento al punto da figurare nella raccolta d’Orléans accanto a opere come l’Educazione di Amore o come la Danae. Qui lo ritrae un’incisione della Galerie du Palais-Royal gravée d’après les tableaux des différentes écoles qui la composent, avec un abrégé de la vie des peintres et une description historique de chaque tableau (1786) dell’Abbé de Fontenai. Più tardi il dipinto arrivò nella raccolta dei duchi di Sutherland a Stafford House. Nel Museo Civico di Correggio se ne conserva una copia ottocentesca.

   Il tema singolare della piccola tela fece fiorire storie improbabili, una delle quali è appunto che il quadro avesse servito da insegna d’osteria (ma era una tela!). Ormai nella seconda metà dell’Ottocento, uno studioso – Carlo Malaspina (1869) – pretendeva addirittura di sapere il nome dell’oste (un certo Giulio Ferini) e la data dell’episodio (il 1514).

Claudio Franzoni