Giorgio Vasari
e la biografia
di Antonio Allegri

Giorgio Vasari

Le vite de' più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani

Firenze, Torrentino 1550.
Giorgio Vasari

Vite de' più eccellenti pittori scultori e architettori

Firenze, Giunti 1568.

Vite de' più eccellenti pittori scultori e architettori

La cornice che avrebbe dovuto ospitare il ritratto di Antonio Allegri in Giorgio Vasari, Firenze, Giunti 1568, p. 16.

Ritratto del Correggio in un volume delle Vite

University of Illinois at Urbana-Champaign. In questo esemplare la cornice vuota è stata riempita con un’incisione seicentesca (Bernardino Curti) con il ritratto immaginario del Correggio.
Albrecht Dürer

Melencolia I

Incisione a bulino (1514).

La prima e più importante biografia di Antonio Allegri si deve a Giorgio Vasari (1511-1574), autore delle Vite de’ più eccellenti pittori scultori e architettori. L’opera venne pubblicata una prima volta nel 1550: è l’edizione detta Torrentiniana, dal nome dell’editore fiorentino).

La seconda edizione è del 1568 (detta Giuntina, dal nome dell’editore fiorentino) ed è più ricca della precedente, anche per quanto riguarda la Vita di Correggio.

Tuttavia rimangono diverse inesattezze, in particolare nell’indicazione dei luoghi, delle opere e della stessa cronologia del pittore. Manca del tutto uno dei capolavori, la Camera di San Paolo a Parma, molto probabilmente perché il convento femminile di cui faceva parte era ormai rientrato in clausura e quindi non accessibile. Manca anche il ritratto del pittore, tanto che l’elaborata cornice che doveva ospitarlo, all’inizio del testo, rimane vuoto; eppure, dice Vasari, “ho usato ogni diligenzia d’avere il suo ritratto: e perché lui non lo fece e da altri non è stato mai ritratto (…) non l’ho potuto trovare”. Manca anche qualunque accenno ai maestri di Antonio, come ai suoi allievi.

In parte lo scrittore rimediò alle lacune e alle imprecisioni nella Vita di Benvenuto Garofalo e Girolamo da Carpi, in cui troviamo alcune opere del Correggio che non erano state citate nella sua Vita. D’altra parte una delle fonti di Vasari dovette essere proprio Girolamo da Carpi (“e tutti questi particolari seppi io dallo stesso Girolamo, che fu molto mio amico, l’anno 1550 in Roma”).

E’ Vasari stesso che parla del suo viaggio di studio in Italia settentrionale: “Perciò che chiamato a Vinezia da messer Pietro Aretino [nel 1542], poeta allora di chiarissimo nome e mio amicissimo, fui forzato, perché molto disiderava vedermi, andar là; il che feci anco volentieri per vedere l’opere di Tiziano e d’altri pittori in quel viaggio. La qual cosa mi venne fatta, però che in pochi giorni vidi in Modena et in Parma l’opere del Coreggio, quelle di Giulio Romano in Mantoa, e l’antichità [i monumenti antichi] di Verona”.

Per Vasari era stata la “Natura” stessa a donare alla “Lombardia” (così veniva indicata spesso l’Italia settentrionale) il “bellissimo ingegno di Antonio da Correggio, pittore singularissimo”. Lo scrittore riconosce che il linguaggio del Correggio appartiene “perfettamente” alla “maniera moderna”, cioè a quel grande rinnovamento artistico che vide come protagonisti Leonardo (1452-1519), Michelangelo (1475-1564) e Raffaello (1483-1520).

Questo apprezzamento viene però smorzato da un’altra affermazione: se il Correggio avesse visto le antichità di Roma e le opere che là avevano realizzato Michelangelo e Raffaello, avrebbe fatto “miracoli”. Vasari dunque non era a conoscenza di quel viaggio a Roma, che gli studiosi del Correggio, dal Settecento a oggi, ritengono indiscutibile (anche se non supportato da dati documentari).

Alcuni passi di questa Vita del Correggio hanno inciso profondamente – ora in senso positivo, ora negativo – sul modo con cui i secoli successivi hanno considerato l’opera del pittore emiliano. Vasari sottolinea l’importanza che Antonio Allegri attribuì alle gradazioni del colore nella costruzione delle forme (“nessuno meglio di lui toccò colori, né con maggior vaghezza o con più rilievo alcun artefice dipinse meglio di lui”).

Un’altra intuizione della Vita vasariana è la sottolineatura della “morbidezza” e della “grazia” delle sue forme, caratteristiche che gli verranno riconosciute da innumerevoli critici e scrittori, in particolare tra Settecento e Ottocento. In particolare – addirittura in due passi diversi – Vasari apprezza il modo in cui il Correggio era capace di rendere la morbidezza dei capelli, tanto che ne parla entusiasticamente un’altra volta nel Proemio della terza parte delle Vite: “Né si può esprimere le leggiadrissime vivacità vive che fece nelle opere sue Antonio da Correggio, sfilando i suoi capelli con un modo, non di quella maniera fine che facevano gli innanzi a lui, ch’era difficile, tagliente e secca, ma d’una piumosità morbidi, che si scorgevano le fila nella facilità del farli, che parevano d’oro e più belli che i vivi, i quali restano vinti dai suoi coloriti”.

Dal Cinquecento in poi, i lettori di Vasari furono molto colpiti dalla descrizione del carattere di Antonio: molto timido e buono, viveva in modo semplice (“positivamente”) seguendo i precetti cristiani, e si contentava di poco. Era continuamente indaffarato e affaticato per sopperire alle necessità familiari; era talmente “aggravato” dalla famiglia, da dover “di continuo risparmiare” e da esser costretto a vivere miseramente. A quest’ultimo aspetto si lega il famoso aneddoto della morte dell’artista, recatosi a Parma per riscuotere del denaro in un giorno estivo, tanto che “scalmanato dal sole” sarebbe stato preda di febbri mortali. Un quadro negativo delle condizioni di vita del pittore che gli studiosi dovettero sforzarsi di contraddire fino al secolo scorso.

Vasari insiste anche su altro aspetto del carattere di Antonio: “si affliggeva” più di quanto fosse giusto “nel portare i pesi di quelle passioni che ordinariamente opprimono gli uomini” ed era “molto maninconico”. Nel Rinascimento, la malinconia – lo stato d’animo causato dalla prevalenza nel corpo della bile nera e dall’influsso di Saturno – veniva messa in stretto rapporto con l’arte. Come dimostra una celebre incisione di Albrecht Dürer, si pensava che l’uomo malinconico fosse soggetto a quella che oggi chiamiamo depressione, ma fosse in compenso dotato di una straordinaria energia creativa.

Ecco infatti che Vasari ci presenta una persona insoddisfatta di sé come artista (“non si stimò né si persuase di sapere far l’arte, conoscendo la difficultà sua, con quella perfezzione che egli arebbe voluto”), continuamente preso e impegnato nella ricerca delle soluzioni artistiche più ardite (“suggetto alle fatiche di quella [arte], e grandissimo ritrovatore di qualsivoglia difficultà delle cose”).

Claudio Franzoni