Risonanze

Ninfe e tabacchiere

    Denis Diderot ci prendeva gusto ad andare controcorrente rispetto al pubblico colto del Settecento, entusiasta per le recenti scoperte di Ercolano e Pompei. Il filosofo francese se la prese infatti con gli antiquari – questo il nome che si dava allora agli archeologi – che avevano scoperto addirittura che “gli Antichi conoscevano la forchetta e il cucchiaio” (“[…] les Anciens connoissaient la fourchette e la cuiller”)!

    Effettivamente ci sono oggetti che mantengono la stessa forma e la stessa funzione per secoli e secoli. E non è detto che ad avere una lunga durata siano solamente gli oggetti utili. Dal giornalista Albert Smith veniamo a sapere, ad esempio, che nella Londra di metà Ottocento anche la classe media, dopo un lungo viaggio, si poteva permettere dei souvenir, riproduzioni della Torre di Pisa sotto vetro, ad esempio [1].

    Ma ci sono anche oggetti che per un certo tempo sono stati usati, e poi scompaiono, come è accaduto alle tabacchiere. Facciamo fatica a ricostruirne l’uso – in particolare nel Settecento e nell’Ottocento – visto che è scomparsa l’abitudine di fiutare il tabacco; ma, soprattutto, stentiamo a coglierne il senso all’interno della vita sociale dell’epoca. Una testimonianza singolare (ma forse non così fantasiosa come sembrerebbe a prima vista) viene dalle Memorie di Giacomo Casanova, nei due passi che rimandano proprio alla Maddalena leggente di Antonio Allegri.

    La tabacchiera contrappunta le giornate dei nobili, negli svaghi, nei salotti, negli incontri conviviali. Nella seconda metà del Settecento, Il Giorno di Giuseppe Parini ne offre ripetute prove: nel Mattino, la si elenca tra gli oggetti che formavano il corredo indispensabile al “giovin signore” [2]; mentre il poeta ricorda la varietà e la preziosità di queste scatolette per tabacco, sottolinea le “voluttuose imagini” che le ornavano (proprio come nei racconti di Casanova appena ricordati, e nei due esemplari che mostriamo in questo post). Nel Mezzogiorno, un commensale si vanta della bellezza della propria tabacchiera [3]. Nel Vespro, il “giovin signore” si prende cura della tabacchiera e del ventaglio della dama [4]. Nella Notte, i preziosi contenitori di tabacco hanno un ruolo persino durante i giochi d’azzardo [5].

Jacob Dobbermann (?), Coperchio di tabacchiera in avorio, c. 1750; montatura metallica di John Northam, c. 1825. Londra, Victoria and Albert Museum.

    Alla luce di questi versi, in particolare quelli in cui si accenna alle “voluttuose imagini”, è chiaro il motivo per cui nelle tabacchiere di Londra e di Dieppe venne scelta un’immagine dal tono esplicitamente erotico: Giove che ama la ninfa Iò, uno dei quattro dipinti con gli Amori di Giove che Correggio eseguì per Federico Gonzaga; il quadro nel Settecento era notissimo sia per l’originale di Vienna, che per le diverse copie.

    A pochi anni di distanza dai versi di Parini, il ruolo (ai nostri occhi) inatteso della tabacchiera risalta in un testo di Goethe, tutto inteso a celebrare la bellezza della cattedrale di Strasburgo (Dell’architettura tedesca, 1772). Il poeta si immagina due visitatori dinanzi al grande edificio gotico: “È di gusto meschino –, sentenzia l’italiano e passa oltre. – Cose da bambini! –, farfuglia il francese, e fa scattare trionfante la sua tabacchiera à la grecque. Che avete fatto voi per permettervi il disprezzo?” [6]. Lo scherno verso il linguaggio medioevale è tutt’uno con l’arroccamento classicista testimoniato persino dalla decorazione all’antica della tabacchiera. Anche Foscolo intendeva l’oggetto come espressione della propria posizione culturale: la sua riportava nientemeno che il volto di Socrate [7].

    La tabacchiera coinvolgeva il corpo, e non solamente per il versante dell’odorato. Lo spiega, sul primo numero della “Gazzetta Veneta” (1760), Gasparo Gozzi presentando ai suoi lettori, quasi fosse un “esercizio militare”, l’elenco delle tredici mosse necessarie a un buon uso della tabacchiera; si comincia col prenderla “colla dritta”, per passarla “nella sinistra”, poi si batte sul coperchio, e un’altra decina di movimenti fino a: “Serra la tabacchiera. Starnuta, sputa, soffiati il naso” [8]. Le mani erano coinvolte in questa sorta di rituale anche perché il tabacco veniva depositato in quella concavità che si forma a livello del polso quando si estendono le dita e si alza il pollice (in medicina “tabacchiera anatomica”).

Coperchio di tabacchiera in avorio, XVIII sec., cm 9.2 x 6.6. Dieppe, Château-Musée 968.15.3.

    Un oggetto, dunque, che favoriva il contatto e l’interazione, nella conversazione come nel corteggiamento (lo deduciamo anche dai versi del Vespro di Parini). In questo senso non c’è passo altrettanto rivelatore quanto quello dell’Analysis of Beauty (1753) di William Hogarth (che tra l’altro ben conosceva il Giove e Iò di Correggio). Il pittore è alle prese con un tema schiettamente settecentesco, la definizione della “grazia”; invece di avventurarsi in dimostrazioni teoriche, Hogarth spiega ai lettori come far sì che ogni movimento sia contraddistinto da grazia, in particolare in mezzo agli altri; l’esempio è proprio il gesto con cui si porge a una signora un ventaglio o una tabacchiera:

Una volta così compresi, i movimenti aggraziati di tale specie possono farsi in qualunque momento e luogo e per le frequenti ripetizioni diverranno tanto familiari alle parti così allenate che all’occasione giusta li eseguiranno come se fossero di propria iniziativa. L’effetto piacevole di questa maniera di muovere la mano si vede quando una tabacchiera o un ventaglio è porto con grazia o eleganza a una signora sia nella mano che si spinge in avanti che nel movimento di ritorno, ma bisogna stare attenti a che la linea del movimento sia solo elegante (…). Praticando quotidianamente questi movimenti con le mani e le braccia, e anche con le altre parti del corpo che ne siano capaci, renderà in breve tempo tutta la persona aggraziata e disinvolta quanto si voglia [9].

Claudio Franzoni

1. Albert Smith, The Natural History of “stuck-up” People, London 1847, p. 21.

2. 948-955: “Ecco a molti colori oro distinto, / ecco nobil testuggine su cui / voluttuose imagini lo sguardo / invitan de gli eroi. Copia squisita / di fumido rapè quivi è serbata / e di Spagna oleoso, onde lontana / pur come suol fastidioso insetto / da te fugga la noia”.

3. 613-615: “Oh lui beato / che primo può di non più viste forme / tabacchiera mostrar!”.

4. 42-45: “Or tu nato di lei ministro e duce / l’assisti all’opra; e di novelli odori / la tabacchiera e i bei cristalli aurati / con la perita mano a lei rintègra”.

5. 606-611: “Erran sul campo / lucide tabacchiere. Indi sovente / un’util rimembranza, un pronto avviso, / con le dita s’attinge: e spesso volge / i destini del gioco re de la veglia / un atomo di polve”.

6. Ernst H. Gombrich, La preferenza per il primitivo. Episodi dalla storia del gusto e dell’arte occidentale, a cura di L. Biasori, trad. V. Palombi, Torino, Einaudi 2023, p. 80.

7. Ugo Foscolo, Opere. XVI. Epistolario (1809-1811), a cura di P. Carli, Milano, Mondadori 1953, p. 515: “ho fatto incastrare un ritratto di Socrate su la mia tabacchiera; e guardandolo imparo a sorridere delle umane miserie”.

8. Gasparo Gozzi, in “Gazzetta Veneta”, I, 6 Febbraio 1760, p. n. n.; come spiega lo stesso Gozzi, la sua è la traduzione di un passo di André-Joseph Panckoucke, L’art de désopiler la rate, sive de modo c[ieo] prudenter [ou l’Art de chier avec sagacité], en prenant chaque feuillet pour se T[orcher] le D[errière]. Gallipoli de Calabre, l’an des folies, 175884 [1754], p. 10.

9. William Hogarth, L’analisi della bellezza, a cura di C. Maria Laudando, Palermo, Aesthetica, 1999, pp. 126-127.