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Adorazione dei pastori, detta La Notte

Adorazione dei pastori, detta La Notte1522-30
olio su tavola, 256,5 x 188 cm
Dresda, Gemäldegalerie

Al pari del Giorno la “famosissima Notte” è uno dei quadri più noti dell’intera storia della pittura. Questa scena ha avuto nei secoli una tale forza di attrazione da essere ricercata, ammirata, amata da un’innumerevole quantità di persone, ed è da sempre capace di suscitare un trasporto estatico che coinvolge in sublimazione rigenerante il cuore di ciascuno. Qui la fede e i sensi provano la gloria e la tenerezza dell’Incarnazione.
La scena è quella di una semplice Natività: così la chiese Alberto Pratonieri al Correggio con l’atto privato del 24 ottobre 1522, per collocarla poi (all’incirca nel 1530, entro l’ancona progettata dallo stesso autore) nella cappella di famiglia lungo la navata destra della Basilica di San Prospero in Reggio Emilia; per questo anche nella Notte la visione rotativa del riguardante che avanza nella chiesa inizia con la figura di un grande vegliardo in piedi.
La lunga scheda-saggio di David Ekserdjian, nella sua eccellente monografia (1997), ne dà una profonda analisi.
È commovente pensare che la non breve conduzione della tavola reggiana coincise con l’immenso e apocalittico impegno dell’Allegri per l’affresco della cupola del Duomo di Parma, il cui primo contratto fu sottoscritto dieci giorni dopo, il 3 novembre dello stesso anno, e la cui conclusione cadde nel 1530. In tali anni, per un mistero particolare, il Correggio meditò insieme il primo e l’ultimo degli atti storici della Redenzione: la nascita di Gesù e l’Assunzione di Maria al cielo.
L’ambientazione della Adorazione dei pastori rimane nello schema di una credenza popolare, la quale immaginava il parto della Vergine in un ricovero di animali, ricavato però tra le rovine di un tempio pagano. Riappare così la colonna, mai dimenticata nelle scene natalizie del Correggio, che indica il trapasso dei tempi, ma che segnala potentemente come la Grotta di Betlemme divenga – sia pur idealmente e transitoriamente – la nuova e autentica Arca dell’Alleanza. Infatti Dio stesso indicò la sua vicinanza al popolo d’Israele durante l’esodo dall’Egitto dicendo “il mio trono sarà nella colonna di nube, sopra l’Arca”, e tale rimase nel tempio di Salomone. Ora la columna nubis appare con saldezza, ed entro la nuvola si rotea la gioia frenetica degli spiriti celesti: capolavoro incredibile di corporale turbine angelico e di biblica testimonianza.
Gesù è nato, il Verbo si è incarnato. Il Verbo è consustanziale al Padre, è Colui per quem omnia facta sunt (per il quale tutte le cose sono state fatte), è il “Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero”. Qui l’introiezione teologica del Correggio diventa suprema: il Bimbo che nasce a Betlemme è Egli stesso divinità, lumen de lumine, fulgore supremo della gloria del Padre. La luce è venuta nel mondo, come proclama il vangelo di san Giovanni, ed è questa l’idea fontale che il pittore pone al centro della realizzazione fisica-semantica di un dipinto assolutamente unico il quale esprime al più alto grado tale Verità.
Di qui l’ardimento, mai prima concepito, di far scaturire l’intera illuminazione della scena dalla persona stessa del piccolo Gesù. La meraviglia, lo stupore beatificante che stanno al di sopra di ogni aspettativa consistono in questo prodigio pittorico: un corpo si fa splendore irradiante, di purezza e potenza inaudite, e illumina ogni cosa. Il significato simbolico è sublime, ed è grandioso il risultato visivo. La luce divina si espande e vivifica le figure astanti: la donna, col cesto dei due anatroccoli, che è rimasta celebre perché si scherma gli occhi; il pastore giovane, felice, che invita a inginocchiarsi con sé l’amico più anziano, appena giunto con il suo gran bastone e il suo cane; san Giuseppe, dal nobile volto, il quale sta in tenzone con l’asino, deciso ad affacciarsi; e infine il bue e i due fanciulli più lontani. La medesima luce esalta vieppiù la colonna, colpisce la nuvola e le creature angeliche; infine scendendo lambisce i roridi cespi padani ove occhieggia fra i sassi il virente, spontaneo agrifoglio: segno erborale della stagione natalizia, amato dal popolo.
Soltanto Maria può guardare senza tema l’alone di clarità che si libra dal Figlio, anzi ne è Ella stessa partecipe nella sua purissima santità, e l’intimo gaudio supremo fiorisce nel più dolce e indimenticabile sorriso di mamma che mai si potrà vedere, giacché “del nuovo Israello è nato il Signor, il fiore più bello di tutti i fior”.
Il disegno, il chiaroscuro, la coloritura del grande Antonio qui toccano apici senza paragoni. In questo dipinto – il più “anticlassico” come disse il Gould – si raccolgono tutte le caratteristiche della “naturalità”: che è inconfondibilmente del Correggio, che è senza tempo, e che darà linfa alla pittura per i secoli. Molti particolari “di meraviglia” sono indicabili: la scaturigine della luce, che da Gesù si rameggia nel lungo cuscino di spighe di grano, qual fiammeggiante richiamo eucaristico; i bellissimi capelli di Maria, così intrisi dal lumeggiare; la motilità complessiva del pastore anziano che sta togliendosi il copricapo e si regge sul mirabile bastone, mentre piega le gambe; il gioco complessivo delle mani nei due gruppi, di terra e di cielo; le storditive torsioni degli angeli, governate dal pittore in modo magistrale; le erbe, che – a mo’ di corallo, in presagio della passione – pendono dalle travi del soffitto sul nato Bambino; la gran lavorazione semioscura della mangiatoia; e infine quella sorta di attualizzazione del giorno eveniente, accennata sul profilo delle ben note colline di val d’Enza, mentre l’aurora remota – un’aurora davvero evangelica – preannuncia il suo diafano schiudersi.

Date: Novembre 13, 2013