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Allegoria del Vizio, o della Follia

Allegoria del Vizio o della Follia1531 c.
tempera grassa su tela, 149 ¥ 88 cm
Parigi, Musée du Louvre

Allegoria negativa, s’intende, e deprecatoria. Un uomo – per qualcuno Sileno, ma probabilmente l’uomo per antonomasia – è legato ai piedi di un albero che ha un grosso ramo spezzato; siede su una pelle, forse di capra. Tre figure femminili, pressoché nude e tutte dotate di un buon numero di serpi vive, lo stanno torturando: chi con il terrore del veleno, chi con l’assordante sibilo nelle orecchie, chi infine con lo stiramento della pelle. Pare evidente che lo sfortunato protagonista maschile (a suo tempo molto forte) sia diventato inane e schiavo di cattive abitudini, giacché è legato, anche a causa dell’eccesso del vino. La morale si fa esplicita: “chi si lascia dominare dai vizi ne riceve poi grandi tormenti”; qui l’espressione del viso del malcapitato non lascia dubbi. Sylvie Béguin (1975) ha scritto illuminanti pagine in proposito. È molto interessante la tesi di Marcin Fabian´ski che individua Marsia, tormentato dalle Furie, come allegoria della Follia, puntualmente contrapposta alla allegoria della Saggezza.
La composizione del gruppo dei quattro nudi è congegnata su una serie di difficoltà (il Vasari aveva notato la continua e ricercata sfida del Correggio alle cose difficili) ma l’insieme risulta quantomai attraente e bilanciato: per le movenze, per gli splendidi chiaroscuri, e per il variare dei colori dei panni che ruscellano tra le figure (altra golosa maestria allegriana). Il Sileno, recentemente, è stato accostato, per tipologia generativa, al Laocoonte.
In questa tela – a intenzionale differenza di quella dedicata alla Virtù – il paesaggio è simbolicamente selvatico, di natura spontanea e non “corretta”, molto ampio e variegato, dove il gregge bruca liberamente. Esso costituisce una respirante pagina di pittura, aperta a paniche distese, dominata dallo spettacoloso “arborone” centrale, avvinghiato dai tralci vitinei, al quale seguono i festanti fratelli: vera primizia di un amor naturalis che sarà magistrale per i Carracci e per gli spartiti paesistici dei secoli moderni. Sul fondo appare una città fortificata, una “fortezza” dalla quale, per concettosa antinomìa, l’uomo vizioso è evidentemente lontano.
Ed ecco il controcanto tipicamente correggesco, e inaspettato: un brigoletto, sorridente sbirro – infantilmente inconsulto e ammiccatore – ci si rivolge dal primissimo piano per chiamarci alla complice vista “di come finisca colui che si è allontanato dal bene”. Questo satirello, giocondo e malizioso, regge un grappolo d’uva già degustato e ci invita a considerare le conseguenze dei disordini della vita.
Accanto al bimbo faunetto, che impugna il grappolo a mo’ di fionda, striscia l’edera parassita e avvinghiante, che – come il vizio – prende e non abbandona.

Date: Novembre 13, 2013