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Camera di San Paolo

Camera-di-San-Paoloveduta angolare
affrescata dal Correggio
tra il 1518 e il 1519
ambiente in pianta pressoché quadrato (c. 7 x 6,5 m) coperto
a garbo gotico da sedici velette concave, formanti ombrello
Parma, antico monastero
di San Paolo

Gli affreschi comprendono il fregio sotto la linea d’imposta della volta e tutta la copertura; inoltre la parte frontale, trapezoidale, della cappa del camino. L’intentio generale è quella della metamorfosi di un ambiente interno in un padiglione di verzura, posto all’aperto con aperture verso il cielo. Certamente erano rivestite anche le pareti, ma rimase pur sempre a vista il grande camino, cosicché l’ariosità serena della bella stagione fra i campi coesiste con il tepore del protetto raccoglimento invernale presso il fuoco: due condizioni che il Correggio considerò e risolse attraverso la trabeazione architettonica (fregio), ben legata strutturalmente alla consistenza muraria delle pareti, e la traslitterazione di questa – per l’apposizione delle lunette, già illudenti alla concavità – al reggimento delle nervature cannose che intrallicciano la magnifica pergola fogliata, donde spira “zèfiro dolce”.

Veduta centrale, dal basso, della volta della Camera della badessa
Questa veduta ci coinvolge totalmente e repentinamente al di fuori di una stanza conclusa, e ci immerge nella freschezza primaverile di uno spazio villereccio e arioso, ove amabili fronde ci proteggono. Tutto è festoso, tra frutta e fogliame ordinati; e giocano gli amorini, sul terrazzino a giorno del padiglione, mentre figure pronube – leggère – sussurrano, dalle lunette màntiche, sentenze arcane di un linguaggio antico.
La decifrazione iconologica, ovvero significante, di questa gioiosissima Camera che si presenta in unità serrata, ha impegnato molti studiosi e critici. Le varie “letture” sono risultate diverse, ma tutte hanno scoperto spessori stupefacenti di cultura, tanto da poter affermare che il Correggio – dai molti contributi dei suoi eventuali suggeritori – sia stato genialmente capace di amalgamare in unum una messe di sapienze davvero mirabile.
Scienze naturali, archeologia, mito, scultura classica, numismatica e letteratura antiche, neoplatonismo, semantica criptica rinascimentale, monizioni morali, casuistica fortunale, e infine ardore purificatorio, si sopravvelano a vicenda e declamano insieme – da questo affresco roteante – un messaggio che induce alla vita, e che sempre suadendo ricomincia.
Le “letture” sinora proposte possono essere così riassunte. Nel 1930 Corrado Ricci dice che il continuum della scena dei putti “è la caccia di Diana, un bel mito boschereccio”. Nel 1934 Arnaldo Barilli, attraverso uno studio approfondito, aggiunge: “nell’allegoria della caccia sta l’allegoria della vita”. Nello stesso anno Luigi De Giorgi indica: “è l’allegoria del cenobio, della vita monastica”. Nel 1955 Roberto Longhi ne sottolinea l’aspetto poetico considerandola “una delicata egloga venatoria”. Nel 1961 Erwin Panofsky produce la sua formidabile analisi sulle fonti mitologiche, letterarie e icastiche del complesso della Camera (lunette e ovati dei putti), proponendo la dimostrazione neoplatonica degli “specula vitae”. Nel 1978 Vito Ghizzoni vede nell’intera Camera e nelle figure formanti lettere “l’esaltazione araldica, emblematica, della badessa”. Nel 1996 Maurizio Calvesi dimostra: “è l’elogio della virtù ragionevole, e della castità”. Poco dopo Ernest Gombrich decifra la pittura della stanza come “un’epifania lunare”, scaturita da miti remoti. Nel 2004 esce il lungo saggio di Michele Frazzi con la risoluta dimostrazione che tutte le rispondenze reciproche tra le figure delle lunette, e fra queste e i putti soprastanti, sostengono la teoresi alchemica del processo della purificazione dell’anima.
A nostro parere si possono cogliere valori sovrapponibili in ciascuna di queste letture, confluenti in una sollecitazione positiva, proclamata energicamente dalla madre abbadessa, a vivere bene la vita!

Veduta centrale, dal basso, della volta della Camera della badessa
Questa veduta ci coinvolge totalmente e repentinamente al di fuori di una stanza conclusa, e ci immerge nella freschezza primaverile di uno spazio villereccio e arioso, ove amabili fronde ci proteggono. Tutto è festoso, tra frutta e fogliame ordinati; e giocano gli amorini, sul terrazzino a giorno del padiglione, mentre figure pronube – leggère – sussurrano, dalle lunette màntiche, sentenze arcane di un linguaggio antico.
La decifrazione iconologica, ovvero significante, di questa gioiosissima Camera che si presenta in unità serrata, ha impegnato molti studiosi e critici. Le varie “letture” sono risultate diverse, ma tutte hanno scoperto spessori stupefacenti di cultura, tanto da poter affermare che il Correggio – dai molti contributi dei suoi eventuali suggeritori – sia stato genialmente capace di amalgamare in unum una messe di sapienze davvero mirabile.
Scienze naturali, archeologia, mito, scultura classica, numismatica e letteratura antiche, neoplatonismo, semantica criptica rinascimentale, monizioni morali, casuistica fortunale, e infine ardore purificatorio, si sopravvelano a vicenda e declamano insieme – da questo affresco roteante – un messaggio che induce alla vita, e che sempre suadendo ricomincia.
Le “letture” sinora proposte possono essere così riassunte. Nel 1930 Corrado Ricci dice che il continuum della scena dei putti “è la caccia di Diana, un bel mito boschereccio”. Nel 1934 Arnaldo Barilli, attraverso uno studio approfondito, aggiunge: “nell’allegoria della caccia sta l’allegoria della vita”. Nello stesso anno Luigi De Giorgi indica: “è l’allegoria del cenobio, della vita monastica”. Nel 1955 Roberto Longhi ne sottolinea l’aspetto poetico considerandola “una delicata egloga venatoria”. Nel 1961 Erwin Panofsky produce la sua formidabile analisi sulle fonti mitologiche, letterarie e icastiche del complesso della Camera (lunette e ovati dei putti), proponendo la dimostrazione neoplatonica degli “specula vitae”. Nel 1978 Vito Ghizzoni vede nell’intera Camera e nelle figure formanti lettere “l’esaltazione araldica, emblematica, della badessa”. Nel 1996 Maurizio Calvesi dimostra: “è l’elogio della virtù ragionevole, e della castità”. Poco dopo Ernest Gombrich decifra la pittura della stanza come “un’epifania lunare”, scaturita da miti remoti. Nel 2004 esce il lungo saggio di Michele Frazzi con la risoluta dimostrazione che tutte le rispondenze reciproche tra le figure delle lunette, e fra queste e i putti soprastanti, sostengono la teoresi alchemica del processo della purificazione dell’anima.
A nostro parere si possono cogliere valori sovrapponibili in ciascuna di queste letture, confluenti in una sollecitazione positiva, proclamata energicamente dalla madre abbadessa, a vivere bene la vita!

Grafico in pianta della “Camera
di San Paolo”, con la distribuzione delle lunette e dei relativi soggetti (da Michele Frazzi).
Si espongono qui i “titoli” delle lunette e i rapporti che intercorrono fra di esse in senso radiale, passando sempre attraverso il centro, dove sta l’emblema stesso della badessa. Qui gli elementi della natura e della cultura sono intenzionalmente raccolti e disposti in una forma mentale che li lega insieme. Con molta probabilità Giovanna volle che il suo più esclusivo ambiente di ricevimento fosse davvero un locus dissertationum, luogo di “dispute dei dotti” secondo il costume rinascimentale, dove la proposta figurativa – estremamente impegnativa nelle lunette, e quasi inafferrabile nel gioco dei putti – fosse lo stimolo a decrittazioni varie, mutabili, affascinanti, e illimitate. Insomma una palestra di rebus intellettuali continuamente aperta. E tale è rimasta, avendo sempre su di sé il dominio criptico della “Signora” sul camino (Giovanna-Giana-Diana), che vela e disvela. Rimane il fascino inebriante di questa Camera, dove il pittore ha risolto la simbiosi del naturalismo più vivido e totale, con l’enigma dei misteri.
Tentiamo di aiutare il lettore a “vedere” questa famosissima Camera, dopo averne goduto con gli occhi, sensitivamente, la beatificante bellezza. Sul camino, si ricordi, sta la figura di Diana – una figura adulta, una dea – che assume il ruolo di guida.

Diana sul carro, trainato
dalle cerve, fra le nubi
affresco sul camino

La figura mitologica di Diana è il riferimento primo e ultimo. Essa è dea della luce, della verginità, dei parti felici, ed è – ancora nel mito – conduttrice di vergini (le ninfe). L’analogia con la badessa (Giana-Diana) – la quale ha nello stemma le falci di luna che contraddistinguono appunto la sorella di Apollo – è evidente. La badessa-Diana guida le sue monache e indica i sentieri della perfezione; compie il gesto duplice del nascondere e dello svelare (affermazione di primazia intellettuale) e, come segno probante, viaggia nel cielo. A lei mentalmente occorre tornare durante le fasi di lettura, e a lei ci si deve affidare.
L’affresco è bellissimo, armonico nelle cadenze e nei colori, e la felice protagonista non manca di una comunicazione emanata dallo sguardo, tutta correggesca, che attira e coinvolge. L’invito a noi di questa Artemide virtuosa, recante l’arco e le frecce combattive, e tuttavia gemmata dal diadema della falce lunare, è per un percorso pieno di ardue prove ma dall’esito alto e coronante.

Con l’occhio e con il pensiero si può praticare ora – verso l’alto – la gradienza delle fasce dipinte. In ascesa i registri sui quali si dispone l’intavolatura dei significati della Camera sono:
il fregio architettonico;
la serie delle lunette con le figure emblematiche;
il gazebo verzicante aperto sul cielo e popolato dagli infanti;
i pendoni festosi e i nodi;
l’oro supremo, con lo stemma araldico.

Fregio dipinto, costituito da una trabeazione con cornici; capitelli
a peduccio animati da teste di arieti, e intervallati da suppellettili
in metallo prezioso, rette da lunghe bende lintee, due particolari.

La trabeazione, o fregio, è di carattere architettonico-oggettuale, ossia riguarda la cultura rinascimentale e le cose concrete: l’opera muraria, le cornici, i capitelli. Fra questi si distendono le vitte che reggono gli argenta escaria et potoria di una mensa romana antica: Le forme alternate dei piatti e delle brocche indicano gli abbinamenti delle figure soprastanti secondo la lettura alchemica. Le bende, da sempre ammiratissime sul piano pittorico, formano anche una sorta di liber linteus che la badessa volle stendere graziosamente per raccontare i suoi conviti nel refrigerio delle fronde; e le teste degli arieti vivi, ingioiellati, sono apparizioni dichiaranti – in girotondo festoso – che è primavera! Il Correggio ne era memore dal capitello invitatorio del portico del palazzo dei Diamanti, a Ferrara. Aries è il primo segno della primavera! Così sappiamo che – nel primo vere – ci troviamo gaudenti entro un sacro recinto, eguale a quelli degli antichi pastori latini.

I quattro spicchi (o pareti) della volta della Camera di San Paolo.

a. Parete est. Lunette e putti
con pergolato e pendoni.
Speculum Naturale
b. Parete sud. Lunette e putti
con pergolato e pendoni.
Speculum Fatale
c. Parete ovest. Lunette e putti
con pergolato e pendoni.
Speculum Morale
d. Parete nord. Lunette e putti
con pergolato e pendoni.
Speculum Fortunale

La ghiera delle sedici lunette, concave a un quarto di sfera, bordate ciascuna da diciassette conchiglie riverse, contiene altrettante immagini che sono ricavate dalla cultura classica greco-latina. Esse iconograficamente provengono dalla letteratura, o da cammei, o da monete, con taluni echi della statuaria antica. Figure e gruppi, nelle lunette, sono dipinti con una tecnica raffinatissima oligocromica, ossia di pochi colori, tra i quali il giallo, il violetto, il manganese, il verde spento, come si può ben vedere nelle eccezionali riprese fotografiche di Bruno Vaghi, del 1956. Il minutissimo trattamento a gocciole e virgolature commiste ha conferito all’arte del Correggio lo straordinario risultato di monocromo continuo, fatto di veri rilievi, ombreggiati dalla calcolata luce naturale delle due finestre ai lati del camino. Difficile definirne però la materia imitata: marmo, o avorio, o morbida cera. Questa indeterminatezza di sostanza aiuta, in effetti, la mediazione che le lunette compiono tra la compatta parete trabeata e la leggerezza frusciante del fogliame. Per esse si è portati a evocare quei distinti apparati effimeri che venivano apposti entro le pergole di ricevimento, in occasione delle venute estive di personaggi illustrissimi.
La fascia delle lunette rappresenta, in ogni caso, quella cultura mitologico-archeologica che ospitante e ospitati dovevano possedere come bagaglio intellettuale di vita, e come prontuario di quella pedagogia virtuosa che proveniva per exempla dall’eccelsa paganità.
La parete est presenta l’ambito naturale ove si svolge la vita. Le figure alludono patentemente ai quattro elementi dei quali, secondo la credenza antica, era composto l’universo: all’acqua, alla terra, all’aria e al fuoco. Rispettivamente, da sinistra: la libagione, la dea terrena, la Giunone sospesa, il sacrificio di Vesta.
La parete sud allinea l’ambito fatale dell’esistenza. Entro il tempo (Cronos, il primo a sinistra) sta il volere divino (il dio seduto nel tempio); indi il lavoro delle Parche che filano, tessono e giungono a tagliare lo stame della vita; infine la nascita-rinascita per una vita nuova.
La parete ovest mostra il filtro morale che deve governare tale vita: i doni primigenii della dea Lucina muniscono contro le insidie sensuali di Pan, alle quali risponde la scelta intemerata della Purezza, che apre alla Virtù.
La parete nord chiude il cerchio della meditatio vitae con un pizzico di bonomia e di sorriso: una dolce serenità nei riguardi dei casi altalenanti del destino che non doveva mancare alla badessa Giana, la quale – appunto – dal camino della stessa parete sorride. Dunque uno speculum fortunale, che inizia con l’immagine della Fortuna stessa, passa per i casi della pace e della guerra (la dea armata), giunge agli svariati doni delle Grazie – le Charites, coloro che donano – e si conclude con la stupenda sicurezza dell’eroe (una delle figure più belle del rinascimento italiano).
Una vita che la persona saggia predispone dunque secondo la temperanza umanistica: virtute duce, comite fortuna (avendo la virtù come conduttrice, e per compagna la fortuna).

I trentasette putti che animano meravigliosamente la Camera compaiono entro ovati aperti verso il cielo. L’entrata del cielo nella stanza è l’invenzione più felicitante del Correggio in questo affresco. Siamo coinvolti nell’aria purissima, nella freschezza e nel colore del regno aperto del sole. Ora occorre immaginare il gazebo a volo d’uccello, dal libero spazio. Il padiglione quadrato, coperto dalla tramatura di verde, ha all’esterno – quasi alla base della calotta, appena al di sopra delle lunette – un poggiòlo continuo, torno torno, sul quale corrono, s’affacciano e fan gesti stemmati quei bardotti, nudi come mamma li fece, nella sprizzante gaiezza dell’età più sbrìgola.
La fascia dei putti è quella della felicità spontanea, della vivezza spirituale che scaturisce dall’innocenza.
Le “letture” degli studiosi ritengono che la gestualità dei putti, in ciascun ovato, confermi o entri in dialettica con il significato della sottostante lunetta (si leggano particolarmente Panofsky e Frazzi). Abbiamo così una coerenza di dettato e un rispecchiarsi confermativo tra le due fasce. La sapienza che viene dalle ataviche considerazioni sulla vita è in tal modo coessenziale alla libertà gioiosa dell’innocenza, per ascendere ad astra, su in alto.

I putti sovrastano la lunetta della “Virgo pregnans”. Essi reggono un serto vegetale, simbolo collegato alla verginità. – b. I putti sovrastano la lunetta della Terra. Portano la testa della Medusa, che ricorda direttamente la “pietra” terrestre. – c. Qui i putti stanno al di sopra del tempio di Serapide-Ananke. Quello centrale regge un arco  rovesciato a forma di giogo, che significa “la guida arcana dei destini”. – d. Questi bimbi stanno al di sopra della bellissima lunetta della Virtus-Apollo. Essi vedono, e cercano di cogliere, l’Occasione.  Il complesso di questi significati è preso dallo studio La Camera Alchemica, di Michele Frazzi, pubblicato dalla Fondazione Il Correggio (2004).

a. Giunone punita appare sospesa alle nubi, come simbolo dell’aria. Figura unica nella storia dell’arte (Panofsky), questa giovanissima fanciulla è un elemento incantevole della “pittura di inganno” che il Correggio – da antiche prove del Mantegna – ci dona con grazia ineffabile.
b. La Fortuna, con il suo timone. Essa è il simbolo stesso della instabilità, e ammonisce sulle labili scelte umane.
c. Le Tre Grazie garantiscono i doni che aiuteranno la vita.
d. Figura terminale delle lunette della parete nord, ossia dello speculum fortunale. Essa presenta Virtus-Apollo, ossia l’Eroe: colui che costruisce con la forza della virtù il proprio fato.

Il centro sommitale degli affreschi della Camera. I nodi e lo stemma
Più in alto rimane la cupola di verzura, ritmata dall’intreccio delle canne già sperimentato dal Correggio nella cappella del Mantegna (a Mantova, in Sant’Andrea) e nella piccola Madonna di Chicago. Le essenze vegetali che appaiono sono varie; tra di esse vi sono molti piccoli fiori e si riconoscono le foglie di quercia, simbolo di fortezza e di ospitalità. Svariati frutti compongono i magnifici pendoni onorari, sotto i quali riappaiono i linteoli ondeggianti. Tali pendoni formano uno stupendo circolo mobile, un umbracolo raggiante, un pomario sapienziale di esaltante effetto, un inno alla nutrita maturità della mente che allude al prossimo approdo.
Nella teoria dell’ascesi infine un reticolo solare di nodi – quasi storditivo nella sua intersecata, leonardiana bellezza – riprende l’antica simbologia divina della “detenzione ed emanazione del mistero” (Dio è il Signore dei misteri), e serra con una corona finale lo stemma, sostanziato dall’oro, di Giovanna Piacenza. L’oro è la purezza suprema, la perfezione, lo splendore vivificante. Questo stemma impersona Colei che ha saputo delibare gli stadi della sapienza e percorrere i gradi della virtù; e noi – invitati al convito di primavera – siamo chiamati ad ascendere per il medesimo cammino dello spirito.
Lo sguardo verso l’alto del visitatore coglie il continuum rotatorio della composizione, insieme alla sua stretta unità. Di qui potrebbe prendere avvio una speculare “lettura discendente” della Camera, ossia la percezione che dall’alto si irrori su di noi la pioggia degli exempla ammaestranti per vivere una buona vita, illuminata dalle sapienze e dalle conoscenze. Il punto fisso di emanazione è pur sempre l’emblema selenico delle falci di luna, rivelatore di Diana Lucina, dea della mente e dell’amore purificato. Ella, come aveva scritto poco prima Marsilio Ficino, sarà l’arbitro del conflitto tra la divina ragione e le passioni terrene, ed ella addita ai mortali le onorevoli imprese che infine porteranno l’anima di ciascuno a “risplendere insieme al Sole”.