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Ganimede (Ganimede e l’aquila)

Ganimede (Ganimede e l’aquila)1531-32
olio su tela, 161 x 71 cm
Vienna, Kunsthistorisches Museum

La tela fa coppia con Giove e Io. Ancor oggi è fortunatamente conservata insieme con questa, a Vienna.
L’immagine evoca la storia di un’infatuazione omosessuale, quella di Zeus per il giovane pastore Ganimede, considerato il più bello tra i mortali, rapito da un’insolita aquila rivelatasi poi come l’amante stesso. La ben nota relazione mitologica è visualizzata in termini di favola poetica, derivata dai testi di Ovidio (Ars amatoria) e Luciano di Samosata (Dialoghi degli dei) su questioni amorose. In Luciano si ritrova anche la descrizione del paesaggio dipinto dal Correggio.
Il primo accenno a Ganimede si coglie in una “storia delle origini”, tramandata dall’oralità greca, e collocata nell’isola di Creta. Anche Platone, cogitando sui costumi di pedofilia dei suoi connazionali, sospirò: “ma tutto questo ebbe origine a Creta”. Dopo il ratto d’Europa e dopo che il dio ebbe dato ogni dono al figlio di lei, Minosse, che regnava sull’isola, Zeus chiese in cambio il fanciullo più bello di quella terra incantata, per averlo come coppiere sull’Olimpo. Alla perplessità del padre del pastorello il dio rivelò che Ganimede sarebbe rimasto eternamente giovane e che sarebbe vissuto nella dimora celeste. Il ragazzo stesso si dimostrò desideroso di questa sorte, e felice di avere per padrone il re degli dei (non si dimentichi il costume padronale atavico). Così, dopo un dono di superbi cavalli al padre, Giove rapì in alto il tenero putto. Che il dio si fosse presentato sotto forma di aquila lo si deve probabilmente al poeta Alceo, vissuto nel VII secolo a.C.
L’impaginato correggesco scorre lungo la verticale della tela come in un continuum spaziale, inarcato a grandangolo e ben memore di una figura volante nel pennacchio di San Bernardo al Duomo di Parma. Le diverse luci, la gamma cromatica raffinatissima, la floridezza atmosferica, il corpo e lo sguardo dolce del fanciullo, risaltati contro la massa scura dell’aquila remigante, concorrono all’ammirazione sconfinata che questa tela – insieme a quella della Io – ha ottenuto nei secoli. L’incanto dell’azione sta pure nel coinvolgimento fisico-tattile dell’osservatore, che si sente partecipe del luogo e del momento attraverso quella comunicazione indicibile che è propria solamente dell’arte del Correggio, e che anche qui si risolve in apparente semplicità, sgorgata dal vero genio. L’andamento scalare ci cinge con naturalezza emotiva: in basso a sinistra il cane entra con noi nel dipinto e chiama, stupito, il suo compagno di giochi; l’inezia finissima dei due fiori (o un fiore e una farfalla) rende tattile l’aria e allude titubante all’amor coniugalis secondo la credenza antica. A fianco un enorme tronco disfatto occupa enigmaticamente il centro della scena, ma ci rimanda più in alto, ancora a sinistra, all’alberello nuovo dalle lievissime foglie che stanno nel cielo (sigla simbolica di una vita trasmutata); e mentre il nostro sguardo si avvolge, come il panneggio rosato, al corpo aereo di Ganimede, improvvisamente ci sentiamo sospesi in quota ondeggiante, altissima sui prati e sui monti lontani. Davvero l’empatia correggesca non ha pari per vita e animazione: essa si pone – al di sopra del tempo e di ogni scuola – nel raggiungimento più fascinoso dell’arte.
Il mito ebbe enorme fortuna nella cultura greca, eppoi nel costume romano, perché dava una giustificazione religiosa all’amore omosessuale. In età rinascimentale divenne un’allegoria dell’ascesa dell’uomo verso Dio. Infatti, in termini umanistici, il ratto di Ganimede può significare il volo dell’intelletto, liberato dai desideri terrestri, verso il cielo della contemplazione. La tela allegriana è una delle prime immagini rinascimentali di questo soggetto. Sul piano iconologico si potrebbe spiegare come l’unione neoplatonica dell’umanità con la divinità, in contrasto con le passioni istintive simboleggiate dal cane uggiolante. Ma la committenza del dipinto, la sua chiara associazione con gli altri amori carnali di Giove, e la lingua vogliosa del rapace, fanno prevalere direttamente il significato erotico.
Rimane la delicatissima e solare invenzione figurativa del Correggio, giocata sulle tenere fattezze del Ganimede in volo, sulla sua fanciullesca ingenuità, sul mirabile giro – continuamente spostato – del punto di vista lungo la verticale della visione, e sui colori eccezionalmente preziosi. La tecnica infatti di sottili, rarissime pellicole di colore conferma la datazione della scena agli stessi anni della Io. La committenza di Federico II Gonzaga, fedele di Carlo V, propone un riferimento tra l’aquila di Giove e l’aquila imperiale asburgica, che non sarebbe da escludere, assegnando al cane proteso il simbolo della fedeltà.

Date: Novembre 13, 2013