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Leda (o Leda e il cigno)

Leda (o Leda e il cigno)1532-33
tela, 152 x 191 cm
Berlino, Gemäldegalerie

Secondo alcuni studiosi questa è l’ultima tela tra gli Amori di Giove, e sarebbe l’ultima opera dipinta dal Correggio. Abbiamo tenuto il commento sulla Leda come conclusivo aderendo a questo indice, e anche in relazione al tema pittorico. Infatti la Io e il Ganimede si svolgono nel singolare formato stretto e alto – forse visioni destinate ai lati della finestra della stanza di Ovidio (o alcova) nel palazzo del Te – e si concentrano sostanzialmente in una sola figura protagonista, sulla quale vibrano le pulsazioni emotive profonde. Ma la vicenda di Leda, di contro, è largamente narrativa (ecfrastica, direbbero gli esegeti dei Metamorphoseion libri XV di Ovidio), popolata, intavolata entro una natura lussureggiante, gioiosa della libertà dei nudi, e soprattutto debordante di felicità. In questo essa corona precipuamente, con tutta la ricchezza dei costitutivi, la fluviale e meravigliosa stagione allegriana.
La tela raffigura Leda, moglie di Tindaro re di Sparta, sulle rive del fiume Eurota, che accoglie in grembo Zeus in forma di cigno. Nel quadro sono presenti varie fasi: il corteggiamento, l’accoppiamento e il commiato. Il mito è stato rielaborato secondo la tradizione amorosa rinascimentale basata su testi antichi e sulla loro interpretazione moderna. Il pittore vi ha riversato una compositio tutta personale, ondosa, sinfonica, variegata di contrappunti solenni e sinestetici, luminosa di colori, e trinata di sorrisi. Se nelle Allegorie il Correggio era stato capace, da par suo, d’inarcarsi a tenzone iconografica con il platonismo cerebrale ed etico di Isabella (pieno di nostalgia “iperuranica” per l’Accademia fiorentina), qui il nostro pittore si misura, molto più congenialmente, con il sensismo del figlio, Federico II Gonzaga, ben più votato ai temi prensili della voluttà.
Sulla Leda, su questo quadro teatrale multiplo, occorre spendere qualche parola di ante-factum e di post-factum, che sono utili alla comprensione.
L’antefatto dice che Leda, figlia di Testio, re in Etolia, era la giovane sposa di Tindaro (o Tindareo), re di Sparta. Fanciulla di stirpe regale, godeva dei privilegi del suo rango, era circondata da ancelle, aveva la libertà di recarsi spesso al fiume Eurota per i suoi lavacri preferiti. Non dimentichiamo la forte cultura fisica degli spartiati, esercitata anche dalle ragazze, e non dimentichiamo che i bagni nel fiume avevano sempre un aspetto sacrale (il fiume stesso era un dio). In seno all’antefatto dobbiamo porre, d’altra parte, la disinvolta preferenza di Zeus anche per giovani spose, senza troppi problemi nei confronti dei relativi mariti: non era forse un privilegio avere il re degli dei come amante della propria sposa? e non era forse un onore per una sposa essere prescelta da un dio?
Il fatto centrale rimane la serie dei messaggi di Giove a Leda, e il forte innamoramento di lei per il nume, sempre atteso, secondo la mentalità greca, sotto le sembianze misteriose di un travestimento.
Il post-factum, che anticipiamo, dice che Leda nel pomeriggio si accoppiò con Zeus sotto forma di cigno, e alla sera con suo marito Tindaro: ne risultarono due uova ben fornite, che nacquero da lei simultaneamente, lasciando gli enigmi tra le due paternità. In un uovo stavano due splendidi maschietti, Castore e Polluce (i Dioscuri), e nell’altro due bambine meravigliose (e fatali), ossia Elena e Clitemnestra. Tutti questi figli ebbero larga parte in altri miti, e si può concludere dicendo che l’amore di Leda e Zeus fu il più romanzesco, e “storicamente” il più importante.
Il ductus del quadro è multiforme, giacché l’artista ha risolto il problema del racconto ricorrendo alla ripetizione del personaggio principale: Leda appare tre volte, cosicché la lettura visiva, come indicava Eugenio Battisti, non può che iniziare dal corteggiamento. Ogni giorno Leda va al fiume con le ancelle, si bagna, e rimane in attesa dell’amato. Siamo all’estrema destra del quadro: un giorno le si avvicina un piccolo cigno con aria arrembante; la giovinetta, dal tenero corpo adolescenziale e dai capelli d’oro, dapprima ignara si schermisce, ma poi l’intuizione meravigliosa prevale ed ella percepisce l’amante divino. Il gioco si trasfigura: ardente di letizia Leda porta tra le sue braccia il piumoso palmipede, si siede sotto la quercia colossale (l’albero sacro a Zeus) e si apre agli ardori del dio. La giovane sposa è completamente nuda, le sue vesti si stendono dietro di lei giustapposte alle ali del cigno e nel rorido invaso si compie l’amplesso. Mai un dipinto era stato più esplicito, e mai così tenero e dolce, ricolmo di poesia. Ad accompagnare tanto amore, delibato coi sensi e con l’anima, s’alza una musica: Cupido adolescente vibra dalla sua lira un epitalamio lieve, che due amorini premurosi s’ingegnano a contrappuntare coi pifferi. Ma è il silenzio imeneico che domina l’abbraccio soave, e che par sovrastare la musica, signora dell’eros.
La terza scena si colloca tra le prime due, ed è il ritorno al fiume di Leda che completa l’abluzione, mentre il cigno gentile si diparte a volo. Ed ella lo saluta con ridente affetto, lo segue con lo sguardo, lo assicura che lei, ogni giorno, sarà sempre lì. Con tale dispiegamento pittorico il Correggio ha creato ancora una volta un’azione viva, partecipata, vibrante. Una realtà, riversata in pittura.
Il Vasari, che ammirò la tela a Mantova, fu colpito dall’incantevole fattura del paesaggio (“era in un paese mirabile, che mai nessun lombardo facesse”), dai capelli della giovane donna (“con infinita pulitezza sfilati e condotti”) e dall’acqua del fiume toccata dal piede destro di Leda (“chiarissima e limpida… con quella candidezza e dilicatezza che faceva agli occhi compassione a vedere”). E Vasari fu il primo a rimarcare le superbe capacità dell’Allegri come pittore della natura. Davvero questo paesaggio si pone di per sé come un paradigma straordinario, di forme, colori e profondità, e di un’invenzione tale da giungere sino alla licenza di sagome astratte, ma quantomai teatrali. Le annotazioni concomitanti portano a dire che le querce sullo sfondo furono scelte in quanto alberi sacri a Giove: da esse il gran dio dava responsi ai mortali; da esse aveva mandato i primi messaggi alla giovane regina; ma la quercia, presso tutti i popoli, indicava divinità, ospitalità, e soprattutto comunicazione fra cielo e terra. Infine un pensiero letterario ai tre Cupidi, chiamati a produrre la musica: semanticamente essi sono l’accostamento ideale per gli amanti, come si legge appunto in Ovidio, giacché è la musica che perfeziona ogni affetto.
È attraente l’idea che la Leda fosse pensata come pendant della Danae per il medesimo ambiente: a qualcuno sembra che il volo del cigno sulla destra si diriga verso il paesaggio che si intravede dalla finestra della torre dove è rinchiusa Danae. L’opera è l’unica degli Amori di Giove dipinti dal Correggio che risulti nell’inventario del 1598 nelle collezioni di Filippo II di Spagna. Fu acquistata da Rodolfo II d’Asburgo nel 1603-04, poi pervenne a Parigi nelle collezioni del duca d’Orléans, dove subì un attacco d’ira per la scena erotica troppo esplicita, ma fu restaurata dai premurosi pittori francesi.

Date: Novembre 13, 2013