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Madonna della scodella

Madonna della scodella1528-30
olio su tavola, centinato,
218 x 137 cm
Parma, Galleria Nazionale

A questa bella tavola permane il titolo popolare di Madonna della scodella, ma si deve considerare il fatto che sia, senza dubbio, un Riposo durante il ritorno dall’Egitto. La pala venne collocata sul primo altare di sinistra della chiesa del Santo Sepolcro a Parma (dove tuttora se ne vede una copia) che era officiato dalla società di San Giuseppe, una pia confraternita da poco costituita ma molto attiva in onore dello sposo di Maria. Il Correggio, come già per la Notte, disegnò anche l’elegante e classica ancona lignea, dorata. Il dipinto e l’ancona sono oggi riuniti presso la Galleria Nazionale di Parma.
Non stupirà affermare che il protagonista della pala sia il titolare della cappella, ossia san Giuseppe, come del resto dichiara l’epigrafe dedicatoria sul piedestallo: divo joseppo deiparae virginis custodi…
Non era facile trovare un soggetto dove Giuseppe fosse il personaggio principale, da porre in bella evidenza senza eliminare o sminuire la presenza degli altri due membri della Sacra Famiglia, in realtà ben più importanti. Forse il Correggio suggerì il tema che egli aveva già intensamente studiato nel Riposo eseguito per la sua città natale intorno al 1520, e al commento del quale rimandiamo. Il momento così intensamente familiare del refrigerio, arricchito dalla gioia del ritorno in Israele, fu ritenuto appagante al pittore e ai committenti: in questo modo davvero san Giuseppe poteva apparire provvidente e necessario nel suo specifico compito di custode, protettore e nutritore di Maria e di Gesù. I disegni preparatori sono stati diversi, e qualcuno sembra effettivamente risalire ai primi anni venti, indicando così un calmo pensiero dell’autore, ben solito a meditare lungamente, a interporre i vari lavori tra loro, ad animare la stesura pittorica in corso d’opera. Ecco perché anche le grandi pale correggesche non sono la traduzione a colori di un disegno preparatorio ben definito, ma portano con sé il respiro della creatività in ogni parte, o gesto, o mimica comunicante.
Così è per questo Riposo nel ritorno dall’Egitto, che può mostrare Gesù ormai fanciullo, capace di agire tra i genitori; può attribuire a Giuseppe una dimensione e una presenza scenica rilevante, vedendolo “insolitamente giovane” e dotato – per una volta – di nobili vestimenti; può realizzare la simultaneità dei due miracoli riportati dai vangeli apocrifi, ovvero l’offerta dei datteri da parte della palma che si protende verso san Giuseppe, e lo sgorgare dell’acqua dalla roccia, raccolta da un putto angelico e versata nella scodella di Maria.
È splendidissima la composizione, in ardita e perfetta diagonale, stesa sull’ipotenusa di un triangolo pitagorico, e concatenata dagli allunghi delle braccia e delle mani; ove il fremere ruscellante dei panneggi e l’intreccio gaudioso dei colori giocano con la luce del meriggio. Anticlassica e prorompente di vita questa composizione, incentrata – si noti – sul Gesù giovinetto, in piedi, che ci volta le spalle. Due angeli chiudono la sequenza sghemba: l’inserviente dell’acqua a sinistra per chi guarda, e un più robusto efebo a destra, intravisto dentro un ardito spiraglio di profondità, che blocca con la corda l’impeto dell’asino, il quale – anche qui – vorrebbe partecipare in primo piano alla sosta festosa.
La concavità del bosco e la sua densa umbratilità variegata sono l’invaso prestigioso del pennello allegriano. Sopra di essa si spalanca un gorgo sospeso di spiriti angelici, smaglianti di lume dorato tra nuvole azzurre, portanti in paradiso per premio un ramo della palma ubbidiente. Un altro prodigio del pittore dei cieli.

Date: Novembre 13, 2013