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Riposo durante la fuga in Egitto, con san Francesco

Riposo durante la fuga in Egitto, con san Francesco1520 c.
tela, 146,2 x 136,4 cm
Firenze, Galleria degli Uffizi

Il Riposo durante la fuga in Egitto, con san Francesco fu realizzato per la cappella della Beatissima Vergine della Illibata Concezione, nella chiesa di San Francesco in Correggio, di patronato di Francesco Munari, che in vari lasciti dispose denari per completarne l’arredo. Il nome del testatore e il titolo della chiesa spiegano la mistica presenza del santo d’Assisi nella scena del Riposo, il cui soggetto proviene dai vangeli apocrifi e che l’Allegri fa diventare, per la prima volta, una pala d’altare. Jacob Burckhardt, nel 1855, ne parlò come di un “dipinto grandioso”.
Magistralmente, come gli era dato fare, anche in questa composizione di soli quattro personaggi il Correggio raduna con semplicità una somma di significati di indelebile imprimitura. Andrea Muzzi vi ha scritto l’ampio, rivelante saggio su Arte e “Assimilatio”, citato in bibliografia. Qui ci limiteremo a segnalarne alcuni costitutivi fondamentali, partendo da una premessa che intride ciascuna opera correggesca, ossia che ogni evento evangelico non è sigillato in un fermo momento storico, ma è di sempre!
Asse fondamentale del dipinto è la palma: essa è il più antico albero sacro, della Mesopotamia e d’Israele. Racchiude in sé il senso di una presenza divina (“ogni albero sa chi sono Io, Jahvè”); raffigura la santità, la profezia – che è parola o volontà di Dio – e la giustizia. Debora, la biblica donna vittoriosa, era profetessa e giudichessa sub palma sedens. Ezechiele ricorda che “il giusto fiorirà come la palma”. Il Cantico dei Cantici recita che “i frutti della palma nutrono come i seni della madre”. Ancora biblicamente questo è l’albero che affonda le sue radici nell’acqua purissima, che non dissecca mai, che offre riparo e ristoro, e il cui tronco è intangibile. Di qui i simboli della vita perenne, della verginità, della maternità, e – teologicamente – della Immacolata Concezione di Maria.
È la simbologia della palma che lega Giuseppe e Maria. Nel racconto apocrifo del Riposo l’albero piega spontaneamente i suoi rami affinché Giuseppe possa raccoglierne i datteri, e darli al Bambino. Giuseppe e Maria sono così, insieme, “nutritori del Signore”. Giuseppe è l’uomo giusto del Vangelo di Matteo, ed è egli stesso vergine. Dagli apocrifi apprendiamo che, al momento della scelta dello sposo di Maria, la sua verga miracolosamente fiorì, come anticamente quella di Aronne.
Ecco dunque che il bellissimo dipinto degli Uffizi si propone al modo di un cantico sulla verità mistica della Sacra Famiglia, e come testimone sulla certezza dell’intercessione che Giuseppe e Maria ottengono dal Figlio.
In questo senso la presenza di san Francesco non è più artificiosa e antistorica, ma di sempiterna mediazione tra i fedeli e la Santa Famiglia; non dimenticando che il Poverello ebbe vivo tra le mani il neonato Gesù al presepe di Greccio. I datteri rappresentano “ciò che si dona”, le grazie: come Gesù li riceve da Giuseppe, così Francesco li riceverà da Gesù per i credenti, ed ecco il linguaggio delle sue due mani.
Accanto a Francesco sta fiorendo il verbasco, l’umile tasso-barbasso delle nostre campagne: è quella pianta che s’infiora quasi d’un getto di petali appena dorati alla metà dell’estate, e che i contadini chiamano “la verga di Aronne”: esso dà prova nello stesso tempo della santità di Giuseppe e di Francesco, ossia di coloro che si fanno servitori del Signore. Ai piedi di Giuseppe sta la splendida natura morta costituita dalla borraccia e dalla ciotola metalliche, ancora legate al bastone da cammino: segni di un viaggio reale e ancor più simbolico. Accanto a queste il fiore campagnolo tragopogon pratensis – nascente dalle acque –, chiamato popolarmente “ciocabecco” perché cibo dei poveri, date le sue esigue qualità alimentari (G. Cervi): simbolica terrena antitesi ai “divini” turgidi datteri.
Complessivamente questo Riposo, come ben rivela il Muzzi, proclama una assimilatio biblica e apocalittica che riassume ogni valenza del disegno divino dell’Incarnazione e della Redenzione del Cristo.
E ora un augurio al lettore: vedere il dipinto in piena illuminazione, e coglierne la sinfonia dei colori, delle luci, delle ombre vive; delle profondità, in quella cadenza disciolta che scorre giù verso di noi, e che le mani del santo prosternato ci consegnano.

Date: Novembre 15, 2013